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Almodóvar delude con un autoreferenziale esercizio di stile

Gli abbracci spezzati
Sceneggiatura e regia di Pedro Almodóvar
Con Penélope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo

L'affermazione finale, affidata al ritrovato Mateo Blanco (il carismatico Lluís Homar, già apprezzato nell'ottimo La mala educación), suona quasi come una dichiarazione d'intenti (o, mi si consenta la provocazione, di scuse) rivolto da Almodóvar ai suoi affezionati fans.

A conti fatti – e fermo restando che il film strappa comunque la sufficienza (quando si ha talento, che nel caso di “don Pedro” abbonda, è oggettivamente difficile riuscire a realizzare vere porcate) – che cosa aggiunge questo film alla sua ricchissima (anche dal punto di vista qualitativo) cine-biografia? Privo della caustica e ribelle (auto)ironia degli esordi, lontano dal coinvolgimento e dalla commozione trasmessi dai capolavori della maturità, Gli abbracci spezzati assume i contorni di un bignami delle tematiche proprie del regista di Tutto su mia madre. Parzialmente autobiografico (lo sceneggiatore e regista Mateo Blanco ha perso la vista in seguito ad un incidente, Almodóvar soffre di una grave forma di fotofobia), propone tutti i tòpoi almodovariani inseriti in un esercizio di stile del quale, francamente, non si sentiva eccessivo bisogno.


Anche il personaggio della pur brava Penélope Cruz – nuova musa messa letteralmente a nudo, sia fisicamente che interiormente – non riesce ad uscire da una bidimensionalità tutt'altro che coinvolgente. Pur essendo la figura intorno a cui ruota tutta la vicenda, Lena è priva delle caratteristiche che hanno reso indimenticabili la Maria Rosa di Tutto su mia madre e la Raimunda di Volver. E non va meglio altri altri personaggi femminili, che – ad eccezione della Judit García interpretata da Blanca Portillo, un po' troppo enfatica nella parte finale – sono poco più che comparse. Ed è un peccato mortale ingabbiare in semplici camei talenti indiscussi quali Angela Molina (la madre di Lena, che esce di scena dopo poche battute) e Lola Dueñas (la lettrice delle labbra).


Cinefilo (molteplici i riferimenti più o meno diretti: da Malle a Rossellini, da Marilyn a Audrey Hepburn) e autocitazionista (Ragazze e valigie, il film “incompiuto” di Blanco, è una palese parodia del suo Donne sull'orlo di una crisi di nervi e non manca un cameo di Rossy De Palma), attraverso Blanco, Almodóvar rende un ennesimo omaggio al potere della settima arte e all'immagine in senso lato. Anche l'ossessività con cui Ernesto jr./Ray-X (Rubén Ochandiano, eccessivamente caricaturale) filma tutto ciò che accade sul set (e fuori), non è che un ulteriore postulato sul potere delle immagini. Che – a differenza di quanto accadeva nello straordinario Peeping Tom di Powell, che Blanco/Cane cita non a caso – non tolgono la vita: la ridonano. Sia pure dopo 14 anni.


Visti i molteplici sottotesti e l'indiscussa bravura registica (Almodóvar è perfettamente conscio di dove e come piazzare le mdp per ottenere risultati perfetti), spiace constatare come la mancata definizione dei personaggi impedisca al regista mancheco di colpire (per l'ennesima volta) al cuore.


VOTO AL FILM: 6,5 /10

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Il digitale, l'iperealismo e un (possibile) capolavoro mancato...

Nemico pubblico
Regia di Michael Mann
Sceneggiatura (tratta dal libro di Bryan Burrough) di Michael Mann, Ronan Bennett e Ann Biderman
Con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard

Michael Mann alla regia – e (letteralmente) dietro la macchina da presa, poiché è noto quanto ami girare personalmente alcune sequenze – e Dante Spinotti alla direzione della fotografia: ed è subito (grande) cinema.

Basterebbe ammirare la perfezione (digitale) della prima fuga dal carcere, per poter poi uscire dalla sala pregni della soddisfazione di aver assistito ad un (altro) grande film diretto dall'autore di Heat e Collateral. Ma, pur non privo di imperfezioni, Nemico pubblico è molto di più.


E' la miglior biografia cinematografica di John Dillinger, il “nemico pubblico n. 1” (la definizione venne coniata da John Edgar Hoover, per oltre 40 anni potentissimo capo dell'FBI), criminale che si era costruito da fama di imprendibile “Robin Hood” bruciando i registri di debiti e ipoteche delle banche che rapinava. E' il racconto della sfida tra due uomini, un bandito ed un tutore dell'ordine, entrambi tutt'altro che privi di macchie (prima di catturare Dillinger, Melvin Purvis perse “sul capo” molti uomini del suo team), ma anche capaci di gesti di profonda umanità. E' la storia d'amore “maledetta” tra il re dei banditi e la donna che per lui rinunciò ad una vita, monotona ma tranquilla, accettando anche il carcere. Ed è, soprattutto, l'ennesima palese dimostrazione che le riprese in digitale si prestano anche alla realizzazione di complessi affreschi.


Basta guardare alla perfezione della citata fuga dal carcere, alla sparatoria nei pressi del lodge di Little Bohemia o alla sequenza finale all'uscita dal cinema. Mann, come sempre perfezionista e maniaco dei dettagli, prende lo spettatore e lo trasporta “di peso” nella Chicago degli anni '30, immergendolo nella vicenda narrata. Obiettivo raggiunto anche grande alle performance di un eccellente cast, da Depp/Dillinger e Bale/Purvis, alla “donna del gangster” interpretata dalla bella e brava Marillon Cotillard, che conferma di essersi meritata l'Oscar per La vie en rose.


Rispetto a capolavori quali Gangster Story o Gli intoccabili caratterizzati dal ribellismo dei giovani criminali/amanti di Penn e dalla mitizzazione di alcune figure del film firmato De Palma – Mann percorre una terza via, mostrando i personaggi attraverso una vastissima gamma di sfumature. Ciò nonostante, e pur assistendo ad un ottimo film, manca qualcosa per poter parlare di un'opera destinata a restare.

Forse la colpa va (parzialmente) attribuita all'(iper)realisticità propria delle riprese in digitale, paradossalmente tanto perfette da distogliere l'attenzione dalla vicenda narrata (in almeno un paio d'occasioni, mi sono ritrovato a rimirare il taglio degli abiti di Depp e il numero di matricola di un mitra).

VOTO AL FILM: 7,5 /10


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Tra commedia e denuncia, un film che non trova la sua strada

L'uomo che fissa le capre
Regia di Grant Heslov
Sceneggiatura (tratta dal libro di Jon Ronson) di Peter Straughan
Con Ewan McGregor, George Clooney, Jeff Bridges

La voce narrante che accompagna gli spettatori lungo tutta la pellicola è quella di Bob Wilton (Ewan McGregor), giornalista in cerca di una storia (e di se stesso), al confine tra il Kuwait e l'Iraq martoriato da guerra e attentati. La vita di Bob subirà una svolta quando, per puro caso, finirà per imbattersi in Lyn Cassay (George Clooney, anche produttore), curioso personaggio con una storia (tanto folle da suonare vera) da raccontare.

In un passaggio chiave, il personaggio interpretato da Clooney sostiene che: «Quando un guerriero jedi (il riferimento vi sarà chiarissimo guardando il film, ndr.) si trova di fronte ad un bivio, decide in un secondo quale strada prendere».


Da ciò si evince che Peter Straughan, che ha sceneggiato questo film tratto dall'omonimo libro-denuncia del giornalista Jon Ronson, guerriero jedi certo non è. Trovandosi a dover scegliere tra tre strade (commedia, road movie e film di denuncia), opta per imboccarle tutte, senza sincerasi prima di avere con sé la bussola per uscire dall'intricato ginepraio. Clooney, che dei film ambientati nel deserto iracheno è ormai un veterano (da Tree kings a Syriana), e McGregor ce la mettono tutta, ma, a conti fatti, il racconto delle loro (dis)avventure nel deserto è molto meno appassionate di quanto presumibilmente previsto sulla carta.


Sono invece decisamente più riusciti i lunghi flashback che, intervallando la narrazione, raccontano con humour coeniano (già la sola presenza di uno straordinario Jeff “Drugo Lebowski” Bridges è una garanzia in tal senso) la formazione del “Nuovo esercito della Terra”, il cui compito era combattere attraverso il ricorso a metodi non distruttivi da attuare con la forza della mente. In ogni caso – tra figli dei fiori, movimenti new age e militari tonti o senza scrupoli – traspare chiaramente il (severo) giudizio che il film, diretto dall'esordiente (dietro la mdp, ma che vanta una considerevole esperienza come attore e produttore) Grant Heslov, assegna alla guerra e a chi la combatte. Fino alla breve sequenza – che, fortunatamente, non ha provocato ilarità nella sala in cui ho visto il film – nella quale Clooney e McGregor si imbattono nelle “moderne” forme di tortura cui sono stati sottoposti molti prigionieri iracheni e afgani.


Ma è giusto un flash, per poi tornare ai toni, tra lo scanzonato e l'alternativo (un riferimento a Timothy Leary, citato da Bridges, si perde nella scarsa conoscenza che lo spettatore italiano medio ha del “profeta” dell'LSD), che gli autori gli hanno imposto.

A conti fatti, meritorio il messaggio (gli orrori di Guantanamo, il waterboarding e tutte le altre inumane torture utilizzate nella “guerra al male” da Bush Jr. e dei suoi complici, sono “figlie” di esperimenti come quelli narrati nel film), ma decisamente zoppicante la resa.


VOTO AL FILM: 6,5 /10 (con mezzo punto assegnato “di stima” per il messaggio)


Posted by Mr. Hamlin 16.03 0 commenti  

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Capitalism: a love story - On line su Dillinger.it

Fresca, fresca.

Pubblicata pochi minuti fa.

Posted by Mr. Hamlin 20.22 0 commenti  

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I nuovi mostri, al tempo di tronisti e veline

Oggi sposi
Regia di Luca Lucini
Sceneggiatura di Fabio Bonifacci (con la collaborazione di Fausto Brizzi e Marco Martani)
Con Luca Argentero, Filippo Nigro e Michele Placido

Premesso che i fasti della gloriosa “commedia all'italiana” paiono ormai essere solo un piacevolissimo ricordo, anche alla luce dei cambiamenti (imbarbarimenti?) del Paese, quando si pone l'obiettivo di intrattenere con leggerezza, il Cinema italiano si trova di fronte a un bivio. Da un lato la “risata grassa” (e un po grezza) dei cinepanettoni, dall'altro quella pungente di chi cerca una strada più sottile per strappare un sorriso, spesso amarognolo.
Fermo restando che “qui a bottega” preferiamo di gran lunga quest'ultima via, anche la prima ha una sua dignità commerciale che, non va dimenticato, spesso contribuisce a finanziare progetti di minor impatto che altrimenti non arriverebbero alle sale.


Questa lunga premessa era doverosa per introdurre questo film che, in fase scritturale, ha visto fondersi queste due anime del nostro Cinema. Con, da un lato Fausto Brizzi e Marco Martani (artefici dei successi di numerosi cinepanettoni e dell'exploit di Notte prima degli esami, qui autori del soggetto e collaboratori della sceneggiatura), e dall'altro l'ottima penna di Fabio Bonifacci (sue alcune sceneggiature delle migliori commedie italiane degli ultimi anni). L'amore – che, almeno teoricamente, dovrebbe essere il sentimento cardine per chi decide di convolare a nozze – in realtà rappresenta più che altro un hitchockiano MacGuffin per raccontare, con un sorriso beffardo, quest'Italia che, forse per consolarsi del non arrivare a fine mese, passa il tempo guardando in tv veline e tronisti.

Quattro le coppie (e relativi corollari) sotto la lente d'ingrandimento degli autori: Nicola e Alopa, poliziotto di origini pugliesi e figlia dell'ambasciatore indiano, alle prese coi rispettivi genitori; i precari Salvatore e Chiara, alla ricerca di una cerimonia a costo zero; la soubrettina Sabrina e il finanziere Attilio, veri “mostri” contemporanei con ottimi motivi per ambire ad un matrimonio mediatico ed infine l'integerrimo magistrato Fabio Di Caio, fermamente intenzionato ad impedire il matrimonio tra suo padre Renato e la giovanissima Giada.


Dopo un'introduzione caratterizzata da un alternarsi (fin troppo) vorticoso dei rispettivi preparativi, il film trova il giusto passo e diverte, con leggerezza ed intelligenza, concedendosi qualche passaggio esilarante. Per merito tanto dello script – che, tra una risata e l'altra, non rinuncia a lanciare qualche stoccata alla società mediatica in cui ci troviamo a vivere – quando degli interpreti, davvero tutti degni di nota.

Dal poliziotto Luca Argentero, sul quale la Cattleya del produttore Riccardo Tozzi continua a puntare molto, ad un sempre più bravo Filippo Nigro. Dalla Ragonese già apprezzata nel virziniano Tutta la vita davanti a Dario Bandiera e ai “televisivi” Francesco Montanari e Gabriella Pession. Senza dimenticare il fondamentale apporto fornito da attori rodati – quali in divertentissimo Michele Placido, contadino un po' ignorante e molto orgoglioso, e un ritrovato Renato Pozzetto - a caratteristi di razza come Francesco Pannofino, Lunetta Savino e l'Hassani Shapi già apprezzato in Lezioni di cioccolata, scritto da Bonifacci, dove aveva già duettato con Argentero.

Alla regia, efficace senza imporre inutili virtuosismi, il Luca Lucini già autore di successi quali L'uomo perfetto; Amore, bugie e calcetto (scritto con Bonifacci) e Solo un padre (con Argentero). Tirando le somme, pur essendo meno stratificata rispetto a commedie scritte da Bonifacci, resta un film assolutamente godibile.


VOTO AL FILM: 7/10

Posted by Mr. Hamlin 15.30 0 commenti  

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Il diavolo fa le pentole ma, purtroppo... non le (belle) sceneggiature

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo
Regia e sceneggiatura (scritta con Charles McKeown) di Terry Gilliam
Con Heath Ledger, Christopher Plummer, Tom Waits

Alla fine si esce dalla sala con l'amara constatazione che ciò che era lecito temere è effettivamente successo: anche stavolta l'ipertrofica fantasia di Terry Gilliam, che in passato ci ha regalato straordinari capolavori come Brazil o La leggenda del re pescatore, ha finito per uccidere lo sviluppo coerente della narrazione. Troppo frammentaria e slegata per riuscire a coinvolgere lo spettatore nelle fantasmagoriche avventure del dottor Parnassus (guitto o santone?) e del giovane uomo dal misterioso passato che, incrociando la sua esistenza con quella del dottore e dei suoi collaboratori, è destinato a cambiare tutte le loro vite. Pur con tutte le attenuanti del caso – prima fra tutte la tragica scomparsa di Heath Ledger, che ha comportato la necessità di uno stravolgimento in corso d'opera della sceneggiatura – da Gilliam era francamente lecito attendersi di più e di meglio.


Palesato per l'ennesima volta il suo infinito amore per i dropout ricchi di fantasia e follia, l'autore statunitense finisce per concentrarsi solo sulla messa in scena (davvero degne di nota tutte le sequenze “al di là dello specchio”), tralasciando eccessivamente la narrazione di ciò che avviene nel mondo (più o meno) reale. Eppure le tematiche degne d'approfondimento non mancherebbero, a partire dal curioso rapporto che intercorre tra Parnassus e Mr. Nick (entrambi eccessivamente “sacrificati” in fase di sceneggiatura) ed arrivando alla storia d'amore che vede al centro la bellissima figlia del dottore.
Ma tutto resta troppo in superficie e mal collegato.


Superato l'effetto sorpresa dovuto al primo impatto con il mondo che sta al di là dello specchio, e lo shock visivo per come viene introdotto il personaggio di Ledger (quasi un cupo presagio di ciò che sarebbe capitato qualche mese dopo), il rischio di ritrovarsi a guardare impazienti l'orologio è piuttosto elevato.
Come in un domino, la noia in agguato costringe alla distrazione, rendendo ancor più difficoltosa la fruizione di una pellicola che invece necessita della massima attenzione dal primo all'ultimo minuto.
Guardando invece agli aspetti positivi, comunque presenti, non si può non citare l'eccellente prova offerta da un sempre più maturo e convincente Ledger che, se fosse sopravvissuto ai suoi demoni interiori, probabilmente ci avrebbe regalato altre straordinarie prove di talento. Mentre, tra i tre interpreti/amici che lo hanno sostituito grazie ad un escamotage narrativo, assegno la palma di migliore a Johnny Depp (sempre a suo agio con i personaggi carichi di elementi seduttivi e grotteschi), seguito dalla “perfetta canaglia” Colin Farrell e da un un incolore Jude Law.


Spiace infine constatare come – pur disponendo del talento di due pezzi da 90 come Christopher Plummer (80 anni portati con orgoglioso vigore) e Tom Waits, rispettivamente nei ruoli di Parnassus e del luciferino Mr. Nick – l'ex Monty Python abbia preferito lasciarsi trascinare dalla propria ipertrofica fantasia.
Parnassus merita comunque di venir visto dagli irriducibili ammiratori del suo genio pittorico, mentre gli altri... farebbero meglio ad attendere la sua trasposizione del Don Quixote. Sperando stavolta riesca a portarla a termine.


VOTO AL FILM: 6/10 (di stima)

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Up diverte e commuove: ennesimo centro per la Pixar

Up
Sceneggiatura e regia di Pete Docter e Bob Petersen
Con le voci di Giancarlo Giannini, Arnoldo Foà, Neri Marcorè

Per chi ha dato voce a una formica, a vecchi giocattoli, a topi gourmet e pesci tropicali – nonché ha raccontato la quotidianità di una comunità di vecchie automobili, il tran tran di supereroi un po' in disarmo, il mondo in cui vivono i mostri-travet che spaventano i bambini e un futuro in cui la Terra sarà abitata solo da un tenerissimo robottino – nessun volo pindarico dovrebbe essere troppo azzardato.

Eppure, quando i vertici della Pixar, recente e meritato Leone d'Oro alla carriera, annunciarono che la loro nuova produzione avrebbe visto protagonisti un malinconico vedovo ed un ragazzino con qualche problema familiare, più d'un analista finanziario (al giorno d'oggi, piaccia o meno, l'arte è anche un grande business) storse il naso. Ciò nonostante John Lasseter e i suoi collaboratori andarono avanti, affrontando l'ennesima sfida, resa ancora più ardita dalla volontà di fare un uso “maturo” e non soltanto ai fini spettacolari del 3D. Un azzardo, è bene precisarlo subito, rivelatosi per l'ennesima volta pienamente vincente.


Basterebbero già i primi venti-venticinque poeticissimi minuti, nei quali viene riassunta tutta l'esistenza di Carl Fredricksen e della sua amata Ellie, dal primo incontro da bambini al dolore per la perdita della compagna di una vita, per giustificare l'imprescindibilità della visione di questo film. Che, ad onor del vero, offre anche molti altri motivi d'interesse, in una quasi perfetta commistione di umorismo, commozione e avventura di grande respiro.

Come quella che l'intraprendente Carl decide di affrontare per realizzare il sogno che condivideva con Ellie: raggiungere il Venezuela e le mitiche “cascate paradiso”. Solo che, anziché andarci in aereo come qualunque persona normale, l'utopista Carl decide di arrivarci con tanto di casetta, unico baluardo rimasto nel quartiere “assediata” da immani edifici realizzati da imprenditori votati al solo Dio denaro, sollevata da migliaia di palloncini. Ciò che l'anziano ignora è che, proprio quel mattino, il piccolo scout Russell ha messo in conto di guadagnarsi l'unico distintivo che manca al suo medagliere, quello di "accompagnatore di vecchietto". I due – entrambe figure tenere e malinconiche, se viste con gli occhi dello spettatore – si troveranno quindi ad affrontare un meraviglioso ed insidioso viaggio, durante il quale incontreranno coloratissimi uccelli giganti, cani resi parlanti e un cinico esploratore che porrà in serio pericolo le loro vite.


Pete Docter e Bob Petersen, anche autori di soggetto (scritto con il Tom McCarthy de L'ospite inatteso) e della sceneggiatura, hanno “saccheggiato” la settima arte con grande perizia, arricchendo il film con molteplici richiami che faranno la gioia dei cinefili.
Dai tratti somatici di Carl e del folle Muntz, realizzati rispettivamente sulle fattezze di Spencer Tracy e di Errol Flynn, alle atmosfere da grande film d'avventura che permea tutta la storia. Che tocca vette d'inarrivabile perfezione in tutte le sequenze che rievocano il grande amore che ha unito Carl e Ellie, ma si mantiene su medie qualitative altissime anche nella fase centrale incentrata sul raggiungimento delle cascate paradiso.
Non tradisce le aspettative neppure il finale che, senza eccedere in fastidiosi pistolotti morali, sottolinea con ammirevole semplicità la straordinaria avventura chiamata vita.


In un contesto di tale perfezione stilistica, anche il ricorso al 3D, presente per la prima volta in una produzione Pixar, non poteva venir limitato ad una banale spettacolarizzazione delle immagini. Nelle sapienti mani degli animatori, la terza dimensione acquisisce un ruolo centrale e si integra come raramente accaduto in passato (penso al bellissimo Coraline e la porta magica).

Di altissimo livello anche il doppiaggio italiano, fin troppo spesso nota dolente in produzioni di diversa distribuzione, che vede in prima fila mostri sacri quali Giancarlo Giannini (Carl, in lingua originale doppiato da Ed Asner) e Arnoldo Foà (Muntz, in origine Christopher Plummer). Cui si aggiungono Neri Marcorè e Luca Ward che prestano la voce rispettivamente al botolo Dug e al determinato Alpha (in origine, entrambi doppiati da Bob Petersen).


Interessanti anche le clip esclusive pubblicate sul canale You Tube della Disney.
Le trovate qui.


Nota a parte, infine, per il cortometraggio che, come da tradizione, precede il film vero e proprio. Questa volta i creativi Pixar hanno creato il delizioso "Parzialmente nuvoloso" (Partly Cloudy), che potete vedere qui sotto, dopo il trailer italiano del film.


VOTO AL FILM: 8,5 /10



Posted by Mr. Hamlin 17.20 4 commenti  

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La doppia ora - On line su Paper Street!

In realtà è on line da mercoledì, ma sono pigro.
Anche nell'annunciare le cose.

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