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Tra Collodi e Lewis Carroll, la magia è in 3D

Coraline e la porta magica
Regia e sceneggiatura di Henry Selick
(dal romanzo di Neil Gaiman)

Sarà pur vero che “l'essenziale è invisibile agli occhi” (Il piccolo principe), ma provate a spiegarlo ad una annoiata ragazzina di undici anni, appena trasferitasi in una casa che non avrebbe sfigurato nel confronto con il Bates motel di Psyco, e a una strega malvagia che, dopo aver blandito le sue giovani vittime, le rende schiave “rubando” loro gli occhi, sostituiti con bottoni.

Esplorando la sua nuova casa, Coraline – o Carolyne, come viene chiamata dai distratti adulti che le ruotano intorno nella nostra realtà – trova per caso una porticina che offre l'accesso su un universo uguale e diverso.
Uguale dal punto di vista esteriore, ma dove tutto è (agli occhi di un bambino, ma non soltanto) molto migliore. I genitori sono più attenti, il cibo più buono, gli spettacoli più spettacolari.
Un “paese dei balocchi” (le influenze del Pinocchio collodiano e dell'Alice di Lewis Carroll sono piuttosto palesi) che cela una realtà oscura, decisamente inquietante. E toccherà proprio a Coraline, con il solo aiuto di un gattone nero che sembra ben conoscere entrambi i mondi, sfidare e vincere la strega.

Tratto dall'omonimo libro di Neil Gaiman (scrittore inglese noto tanto per le sue opere letterarie quanto per le sceneggiature di alcuni splendidi “romanzi a fumetti”), Coraline ha visto la luce grazie al prezioso lavoro di Henry Selick. Già regista del bellissimo Nightmare before Christmas – dove il suo apporto passò un po' in secondo piano, vista la presenza in veste di produttore di un “peso massimo” cinematografico quale Tim Burton – con questo film, da lui sceneggiato e diretto, l'autore statunitense pone una seria candidatura quale nome nuovo dell'animazione. Interamente realizzato in stop-motion – tradizionale tecnica cinematografica nella quale la sensazione di movimento viene ottenuta filmando fotogramma per fotogramma pupazzi mossi dagli operatori – è il primo film di questo tipo ad essere stato girato in stereoscopia con due telecamere digitali, in modo da consentirne la visione nelle sempre più diffuse sale attrezzate per il 3D.

Fermo restando che la qualità artistica del prodotto è così elevata da non risentire anche in caso di tradizionale visione bidimensionale, va dato atto all'autore e al suo staff di aver saputo sfruttare al meglio lo stupore visivo garantito dal ricorso alla terza dimensione.
Grazie ad un sapiente utilizzo della luce e della profondità di campo, evidenti in particolare in alcune sequenze riprese in campo lungo, lo spettatore “rischia” di assumere la stessa espressione dei primi fruitori del cinematografo dei fratelli Lumiere.

Fiaba nera godibile su più piani di lettura, la pellicola di Selick difficilmente scontenterà anche gli spettatori più smaliziati. Unico accorgimento, che mi sento di consigliare alla luce dello sviluppo narrativo, è di non portarci bambini troppo piccoli, indicativamente al di sotto degli 8-10 anni. Di fronte al cupo universo parallelo in cui piomba Coraline potrebbero spaventarsi un po'.

VOTO AL FILM: 8/10

Posted by Mr. Hamlin 18.10 3 commenti  

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Addio a David Carradane, "mito" da Kung fu a Kill Bill (8/12/1936 - 4/06/2009)

John Arthur Carradine (8 dicembre 1936 - 3 giugno 2009)

Causa poco tempo a disposizione, negli ultimi mesi ho aggiornato questo blog quasi esclusivamente per postare recensioni di film visti.

Quindi mi spiace particolarmente dover fare un'eccezione alla "norma" per ricordare la figura di John Arthur Carradine, figlio d'arte molto più noto come David Carradine, rinvenuto cadavere nella stanza d'albergo che stava occupando a Bangkok.

La polizia thailandese avrebbe anonimamente accennato ad un suicidio per impiccagione ma, indipendentemente dalle modalità del decesso, la scomparsa dell'attore americano lascia sgomenti.

Star assoluta del televisivo Kung fu (uno di quei ruoli che restano appiccicati come una condanna), viene ricordato dai più per il ruolo/omaggio offertogli da Tarantino nel dittico Kill Bill

Un riconoscimento importante per un attore effettivamente persosi un po' per strada tra scelte sbagliate e ruoli "obbligati" (e si torna a Kung fu...), che però rischia di sminuirne le prove offerte in pellicole quali America 1929 - Sterminateli senza pietà e Mean Streets di Scorsese a L'uovo del serpente di Bergman, passando per ottimi film quali Questa è la mia terra e capolavori come Il lungo addio di Robert Altman.

Tutti film risalenti al suo periodo d'oro (gli anni '70), che era comunque doveroso ricordare in questa sede, rinverdito nella mente degli spettatori dal suo sarcastico (e spietato) Bill.

Al quale vi rimando nella sequenza seguente.

Posted by Mr. Hamlin 17.30 0 commenti  

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Lisbeth/Noomi convince pienamente, sceneggiatura e regia molto meno

Uomini che odiano le donne
Regia di Niels Arden Oplev
Con Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Sven-Bertil Taube

Curiosamente, gli unici due film svedesi approdati nelle nostre sale in questa stagione cinematografica, raccontano entrambi un Paese ben diverso rispetto alla (fin troppo?) lusinghiera idea che se ne ha qui. Entrambi tratti da romanzo di successo, Lasciami entrare e Uomini che odiano le donne, dietro la facile lettura “di genere” (rispettivamente horror e thriller), squarciano il velo sui alcuni profondi problemi che affliggono la società svedese.
Ed entrambi, altro elemento in comune mutuato dai romanzi di Lindqvist e Larsson, pongono al centro della narrazione figure femminili tutt'altro che integrate.


Nel caso di Lisbeth Salander – protagonista della “trilogia Millenium”, di cui Uomini che odiano le donne è il primo capitolo – più che ad un personaggio ci troviamo davanti ad un'icona, amatissima dai milioni di fans della saga.

Esile al limite dell'anoressia, introversa ad un passo dall'autismo, esteriormente molto aggressiva (tatuaggi, borchie, abbigliamento in pelle nera) quanto interiormente minata da un passato di dolore, la ventiquattrenne “esperta informatica” (ma sarebbe meglio dire hacker) Salander rappresenta il vero punto di forza tanto del romanzo, quanto del film che ne è stato tratto. Confrontarcisi – ed affrontare le perplessità dei fans, secondo cui era troppo alta, troppo vecchia e troppo poco magra – ha dimostrato quantomeno che Noomi Rapace, attrice da noi praticamente sconosciuta, condivide con Lisbeth una determinazione fuori dal comune.


Fin dalla sua prima comparsa, primo piccolo “tradimento” della fedeltà narrativa al romanzo (altri ne seguiranno), l'attrice svedese “si mangia il film” svettando qualitativamente su tutti gli altri personaggi. A partire da Michael Nyqvist/Mikael Blomkvist, molto meno carismatico rispetto all'incorruttibile giornalista economico fondatore della rivista Millenium immaginato da Larson, chiamato dal miliardario Henrik Vanger (Sven-Bertil Taube) a far luce sulla sorte di sua nipote Harriet, sparita nel nulla quasi 40 anni prima.


L'esigenza di compattare in tempi cinematografici le quasi settecento pagine del romanzo, pur non inficiando i temi forti trattati dall'opera letteraria (razzismo, nazismo e, soprattutto, la violenza nei confronti delle donne), ha necessariamente comportato tagli e modifiche al lavoro di Larson. Ciò nonostante, gli sceneggiatori non sono comunque riusciti a scendere sotto l'impegnativa durata di due ore e trentacinque minuti, nei quali la matassa si dipana secondo uno sviluppo fin troppo schematico. Sull'altare del quale sono stati “sacrificati” i riferimenti editoriali/economici, i rapporti coi molti membri della famiglia Vanger e il complesso rapporto con la collega Erika.
Anche la regia, affidata al danese Niels Arden Oplev, non confermato alla direzione dei due capitoli successivi, pur non deludendo completamente le aspettative (ma, per dirne una, la sequenza del sesso nella baita è quanto di meno erotico si sia mai visto al cinema), non si distacca di molto dal compitino diligentemente eseguito.


Insomma, tolta l'eccellente prova offerta dalla Rapace, il lavoro di Stieg Larsson avrebbe certamente meritato una trasposizione migliore.


VOTO AL FILM: 6,5 / 10

Posted by Mr. Hamlin 14.32 1 commenti  

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Bellocchio conquista con un inedito melodramma futurista

Vincere
Regia di Marco Bellocchio
Con Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Michela Cescon

Unico italiano in concorso a Cannes – nella medesima edizione in cui il danese Von Trier ha presentato Antichrist, il suo ipermisogino ritratto di una donna/strega – Marco Bellocchio prosegue il suo personalissimo racconto di sensibilità femminili. Nel suo gineceo cinematografico va così ad aggiungersi la figura dimenticata di Ida Dalser, donna intelligente e libera vissuta agli inizi del secolo scorso, destinata a pagare carissima la determinazione con cui rivendicò di essere «la moglie di sua eccellenza Benito Mussolini e madre del suo primogenito, Benito Albino Mussolini». La sua storia, sepolta per decenni nelle nebbie dell'oblio, è riemersa intorno al 2000, quando il giornalista trentino Marco Zeni ha dato alle stampe i libri L'ultimo filò e La moglie di Mussolini, cui ha fatto seguito un documentario trasmesso da Rai Tre nell'ambito del ciclo La grande storia.

Una vasta documentazione cui il regista piacentino, anche autore della sceneggiatura insieme all'abituale collaboratrice Daniela Ceselli, ha attinto per raccontare quella che lui stesso ha definito «la prima eroina antifascista, una donna unica».
Una delle poche persone – uomini e donne indistintamente – tanto coraggiose (o, forse, “sanamente” folli) da osare sfidare apertamente il potere del dittatore, che lei conobbe quand'era ancora un giovane socialista pervaso dai suoi ideali.
Un uomo che amò visceralmente, al quale si donò completamente (compresi tutti i suoi beni) e con il quale si è congiunse in amplessi selvaggi che, durante la I° guerra mondiale, la scaricò in favore di Rachele Guidi, donna di umilissime origini che meglio incarnava l'ideale di “donna fascista” sottomessa al volere del maschio.
Tutt'altro che rassegnata a farsi da parte, la Dalser combatté strenuamente per il riconoscimento di se stessa e di suo figlio.

Straordinario sotto ogni aspetto – dalla scansione futurista degli eventi alla splendida fotografia firmata da Daniele Ciprì, passando attraverso l'evidente dichiarazione d'amore al “cinematografo” – Vincere accentra l'attenzione sul dramma vissuto da Ida e dal piccolo Benito Albino, marcando in modo inequivocabile il distacco totale dal Duce attraverso una netta cesura tra il Mussolini giovane idealista, cui presta volto e corpo l'ottimo Filippo Timi, e il dittatore con il quale Ida può “entrare in contatto” solo attraverso il filtro dei cine e radio-giornali che ne cantano le gesta.
Una figura lontana/amata/odiata, che solo il figlio illegittimo è in grado di “abbattere” in due sequenze chiave, riconsegnandolo alla realtà di patetico dittatorucolo che con i suoi deliri d'onnipotenza mandò in rovina un Paese.
Venendo alla Dalser, personaggio chiave su cui si regge l'intero script, la Mezzogiorno offre la miglior prova della sua pur brillante carriera, tracciando con straordinario talento la figura di questa donna troppo femminista, ritrovatasi a vivere e combattere in Paese non ancora in grado di accettare tanta determinazione.
Immersa nel ruolo di un'eroina “scomoda”, e per certi versi non propriamente simpatica, fa davvero palpitare e commuovere quando non si arrende al potere e continua a rivendicare la sua realtà nei vari manicomi/prigione nei quali viene di volta in volta rinchiusa per non nuocere alla figura di Mussolini. Un dittatore coi piedi d'argilla, così pavido da temere la voce di una donna sola, che, vincendo la sua sfida con Dio (il riferimento è alla sequenza iniziale, ripresa poi nel finale), trascinò con sé l'Italia in un immane baratro di disperazione, ottimamente resa attraverso l'accostamento tra le immagini di repertorio una piazza Venezia in delirio e la devastazione conseguente le megalomani scelte del dittatore.


VOTO AL FILM: 8 / 10




E la storia continua...

Posted by Mr. Hamlin 13.15 3 commenti  

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Lo stato dell'arte del giornalismo? No, un'occasione malamente sprecata

State of play
Regia di Kevin Macdonald
Con Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirrer

L'influenza che lobby e multinazionali vantano sulla politica (statunitense e non solo) è un argomento che il cinema, documentaristico (tra gli esempi più noti i film di Michael Moore) e di finzione, ha ampiamente dibattuto.
Naturalmente il canale migliore per filtrarlo al pubblico generalista resta il thriller, in questo caso virato al sotto-genere del giornalismo d'inchiesta. Quello che vede in prima linea gente come Cal McCaffrey, vero e proprio “mastino dell'informazione”, che si trova tra le mani una scottante inchiesta che vede coinvolto in modo diretto il deputato Stephen Collins, suo amico intimo dai tempi del college. Tra amicizia e accertamento della verità, l'integerrimo giornalista interpretato da Crowe naturalmente sceglierà la verità.


In linea puramente teorica, la pellicola diretta da Kevin Macdonald (nipote del leggendario Emeric Pressburger, Oscar 1999 per il miglior documentario e ottimo esordiente nella fiction con L'ultimo re di Scozia) avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare una pietra miliare. Da tre sceneggiatori (Matthew Michael Carnahan, Tony Gilroy e Billy Ray) che ben conoscono la “materia” e le regole della suspense, ad un cast rimaneggiato (il ruolo di Crowe era stato pensato per Brad Pitt e al posto di Affleck avrebbe dovuto esserci Edward Norton) ma di grandissimo spessore. Eppure, pur non deludendo completamente le aspettative, il film non riesce mai ad elevarsi al di sopra del buon intrattenimento. Non tanto per colpa degli interpreti – McCaffrey /Crowe, bolso e disordinato, è stato palesemente creato per attirare le simpatie del pubblico e la Mirren gli tiene testa con il talento che le è proprio – quanto a causa di uno script non all'altezza di quanto realizzato in precedenza dai tre sceneggiatori (Leoni per agnelli di Carnahan, Michael Clayton e la trilogia di Bourne per Gilroy, L'inventore di favole e Breach-L'infiltrato per Billy Ray). Senza voler svelare troppo della intricatissima trama, il film paga lo scotto dell'assenza di un vero villain che muova i fili. A conti fatti molti non sono esempi di specchiata correttezza, ma nessuno è veramente “malvagio”, e gli eventi si dipanano come in un domino sfuggito di mano.


Aggiungendo poi che anche gli accenni all'evoluzione del mestiere (editori che guardano più al profitto che alla qualità, contrapposizione tra giornalismo canonico e il magmatico universo dei blog 2.0) increspano appena l'acqua, il bilancio finale non può che essere carente. In attesa di vedere nuovamente al lavoro Macdonald – la regia è certamente la nota più lieta del film – ci si può rifare guardando alcune pellicole che affrontano in modo migliore le stesse tematiche (giornalismo, potere e politica sporca, affrontati singolarmente o insieme) quali, ad esempio e citando a memoria Tutti gli uomini del presidente, Va' e uccidi e il remake The manchurian candidate, Syriana, Il candidato, L'amaro sapore del potere, Piombo rovente e – immancabile su un blog dedicato a Billy Wilder – il bellissimo Asso nella manica e Prima pagina.


VOTO AL FILM: 6 e ½ /10

Posted by Mr. Hamlin 13.05 2 commenti  

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Generazione di precari (anche sentimentali)

Generazione 1000 euro
Regia di Massimo Venier
Con Alessandro Tiberi, Valentina Lodovini, Carolina Crescentini, Francesco Mandelli

Figli prediletti della crisi economica mondiale e di una abietta politica del lavoro, i 25-35enni che compongono (loro malgrado) il nucleo portante della “generazione 1000 euro” sono, come affermato nel film, «la prima generazione in cui i figli stanno peggio dei genitori».
Obbligati a guardare sempre e solo all'oggi, sono precari sotto ogni aspetto della loro esistenza: ormai non più così giovani da rinviare in eterno il momento in cui “crescere”, non possono altresì permettersi di gettare le basi per un futuro. Così, nella migliore delle ipotesi, combattono il comprensibile sconforto con ironia e molta fantasia.
Proprio come fa Matteo (Alessandro Tiberi), genietto matematico (o «cultore della materia, termine che in università usano per non pagarci», cit.) che si barcamena tra un lavoro iper-precario in una grande azienda di telefonia e sottopagate lezioni universitarie. Intorno a lui ruotano il coinquilino Francesco (Mandelli), stralunato cinefilo che tira a campare lavorando come proiezionista in un cinema d'essai, e tre donne (l'ex fidanzata interpretata in un cameo da Francesca Inaudi, la manager di successo Carolina Crescentini e la dolce e sorridente insegnante Valentina Lodovini) destinate a complicare ulteriormente la già complessa vita di Matteo.

Basando la sceneggiatura sull'omonimo romanzo, scritto da Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, Massimo Venier (già co-regista dei primi cinque film di Aldo, Giovanni e Giacomo e vecchio sodale della Gialappa's band) e Federica Pontremoli raccontano il precariato – tema già superbamente affrontato dal Virzì di Tutta la vita davanti e dal mal distribuito Fuga dal call center – uscendo dai citati call center (di fatto vera icona negativa delle vite precarie) e spruzzandolo di commedia sentimentale.
Evitando comunque – anche grazie alla buona prova dei protagonisti, cui fanno da corollario i camei della citata Inaudi, di un umanissimo Paolo Villaggio, dell'amministrativa Lucia Ocone, di Natalino Balasso (presente anche nel cast del film di Federico Rizzo) e Roberto Citran – derive “rosa” che avrebbero inficiato la buona riuscita della pellicola. Piacevolmente contrappuntata da una colonna sonora in cui spadroneggiano le belle voci di Malika Ayane e Elisa, entrambe lanciate dalla Sugar di Caterina Caselli.

Tornando al film, è altresì vero che un po' più di acidità nel raccontare il mondo del precariato non avrebbe guastato. Però, tenendo conto del target generalista cui la pellicola (pur sempre prodotto da 01 distribution, ovvero dalla Rai) è rivolta, si può lecitamente uscire dalla sala più che soddisfatti. Con la rinfrancata consapevolezza che, fortunatamente, nel Cinema italiano esistono ancora talenti in grado di coniugare il termine “commedia” con qualcosa di diverso dagli esecrabili cinepanettoni.

VOTO AL FILM: 6 e ½ /10

Posted by Mr. Hamlin 12.35 2 commenti  

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Disastro a Hollywood - On line su Paper Street

Disastro a Hollywood
Regia di Barry Levinson
Con Robert De Niro, Stanley Tucci, John Turturro

La recensione è on line su... Paper street
Per eventuali (e graditi) commenti il riferimento resta invece questo post.

Posted by Mr. Hamlin 21.15 2 commenti  

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Sorge il sole, alfin liberi siam...

25 aprile 1945 - 25 aprile 2009

Grazie ai "ragazzi" dell'ANPI (Associazione nazionale partigiani d'Italia)



Sequenza tratta da Buongiorno, notte di Marco Bellocchio.

Posted by Mr. Hamlin 8.00 0 commenti  

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